Da oggi nel mio sito sarà presente una nuova sezione:
ARTICOLI ISPIRATI AI MIEI LETTORI.
Quello che segue è un articolo di un mio grande amico: Enea Galetti. Lo ringrazio per avermi dato l’idea di generare questa nuova sezione e per lo stupendo articolo scritto, nel quale affronta un problema di assoluta rilevanza. Vi invito a leggerlo con attenzione!
Occhio non vede! Ma il computer cosa fa? 25/5/2020
In uno dei quattro vangeli – non ricordo quale, ma non sarebbe poi così difficile risalire all’evangelista con relativo capitolo e versetto – Gesù Cristo diceva che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato.
Io non oserei mai e poi mai paragonarmi a Gesù, ma potrei affermare che i non vedenti non sono fatti per il computer, ma il computer per i non vedenti.
Ma prima di arrivare al dunque, occorre fare una premessa: anzitutto ringrazio Davide che mi ha fatto conoscere questo sito che affronta problematiche specifiche ed articoli molto mirati, che inquadrano molto bene il mondo della disabilità.
Con Davide ci conosciamo ormai da anni e l’amicizia con lui – nata molti anni fa su di un pulmino per trasporto disabili – ha avuto inizio – udite, udite – niente meno che con un litigio. Poi il litigio ha avuto fine ed entrambi siamo arrivati a più miti consigli, e da allora c’è sempre stata amicizia tra noi.
Ed ora – abbiate per favore ancora un po’ di pazienza ma poi, promesso, arrivo al dunque parliamo del computer che da qualche decennio, soprattutto per chi non vede, è diventato un sussidio importante ed insostituibile. Chi vede non può certo sapere che un documento o una mail siano stati scritti da un non vedente, a meno che non sia quest’ultimo a comunicarglielo. L’uso dei caratteri digitati da tastiera è sempre il medesimo; semmai, a cambiare è l’approccio, ovvero il linguaggio di comunicazione tra utente e macchina.
Le modalità di approccio sono principalmente due: l’utilizzo di uno speciale display (ne esistono diversi tipi per dimensioni e prezzo – denominato barra braille o riga braille: entrambi i sinonimi si equivalgono perché il concetto non cambia.
In altre parole, il display è composto da una riga con 40 od 80 celle che, al loro interno sono costituite da una serie di otto aghi che, mediante un sistema piezoelettrico – non chiedetemi cosa sia perché non sono un esperto in elettronica – permettono ai suddetti aghi di dare forma ai caratteri in braille, non importa se digitati da tastiera o in documenti già pronti o tutto ciò che contiene una pagina web.
Tale display è un optional e quindi bisogna sostenere un costo aggiuntivo, con un minimo di circa 2500 fino ad un massimo di circa 6000 euro, a seconda del modello di barra braille. Fortunatamente le Asl ci vengono incontro sostenendo per noi l’intera spesa.
La modalità più usata, però, non è la barra braille che, anzi, è un optional. La modalità più usata, dicevo è quella che viene utilizzata mediante un sintetizzatore – o sintesi – vocale, che funziona in modalità di scrittura e lettura. Di software che fanno parte delle cosiddette tecnologie assistive e che nella fattispecie assumono il nome di screen readers (in italiano lettori di schermo) ve ne sono diversi. Il più usato si chiama Jaws – acronimo di job access with speech e che fa funzionare barra braille e sintesi vocale in modalità di scrittura e di lettura. Vi è poi la possibilità di farsi dire dalla sintesi ciò che si legge o che scriviamo man mano, ovvero, carattere per carattere, parole entrambi o nessuna.
Il costo di jaws è di circa 1300 euro o forse un po’ di più, ma, come detto, la Asl ci viene incontro.
Jaws funziona mediante l’impiego di una chiave hardware perché in mancanza di essa funziona come demo solo per 40 minuti, al termine dei quali un messaggio ci avverte che dobbiamo riavviare il computer.
Con l’apposita chiavetta si possono avere due versioni gratuite ma poi bisogna – sempre ogni due versioni – aggiornarla a pagamento. Non ricordo il costo esatto ma la Asl anche in questo caso interviene. Qualora così non fosse, potete pure smentirmi.
Vi è poi un altro software il cui nome è Nvda – non visual desktop access – che ha gli stessi comandi di jaws ma, a differenza di quest’ultimo, è gratuito.
Semmai dobbiamo pagare le voci aggiuntive, il cui costo per ciascuna è di circa cento euro.
Jaws ed nvda sono simili, ma non uguali. Tuttavia è necessario averli entrambi perché entrambi si compensano.
Un’altra considerazione da fare è quella che le voci installate di default in questi programmi non sono il massimo della gradevolezza – salvo alcune voci a pagamento – ma ci si può arrangiare anche senza queste ultime che comunque hanno un costo.
Io stesso sono un fruitore di sintesi vocale, gradimento a parte, perché sono proprio queste voci a guidarci, mentre, dall’altra parte, vi è chi non conosce il braille magari perché divenuti non vedenti in tarda età, sempre ammesso che poi vi siano tra questi, coloro che usano il computer.
È quindi molto più importante avere una sintesi più che una barra.
Ed ora, arriviamo finalmente al nocciolo della questione perché tale problema ha coinvolto Davide.
Anzitutto, con questi programmi possiamo svolgere molte funzioni, ma non possiamo fare tutto.
Ricordo che circa una decina di anni fa, mi ero trovato in una situazione paradossale: volevo crearmi in modo autonomo una nuova casella di posta elettronica. Tutto bene, fino a quando non sono arrivato al campo di editazione dove mi si chiedeva di copiare i cinque caratteri all’interno di un’immagine o capcha che dir si voglia.
Purtroppo la telecom presso cui volevo registrare la mia nuova casella, non mi è venuta per nulla incontro, fin da quell’epoca. L’operatore mi aveva detto di non essere in grado di incollare i capcha e tra le altre cose, ancora oggi il problema non è stato risolto, soprattutto perché non vi è mai stato un servizio di telecom che prevedesse l’utilizzo di parole in formato audio, come invece avviene in molti altri siti, in alternativa all’immagine.
Poi un giorno – era il 7 settembre del 2008 – io stavo leggendo un comunicato in una lista per non vedenti, nel quale si leggeva che mediante le versioni di mozilla firefox esistenti a quell’epoca e grazie al sito di webvisium, era possibile caricare un’estensione che permettesse di copiare i capcha. Tutto è andato bene per un po’ ed io ero finalmente riuscito a registrare presso telecom la famosa casella.
Tutto è andato bene fino ad un paio di anni fa. Ma poi le versioni di mozilla si sono evolute e l’estensione di webvisiu abbinata a tale programma non è stata più in grado di funzionare.
Qualcuno in lista suggeriva di dotarsi della versione 50, purchè portable e bloccarne l’aggiornamento alle successive. Poi, lo scorso anno il problema è stato risolto tramite capcha solve problem: un’estensione abbinata all’ancora più veloce google chrome. Il problema sembrava dunque risolto perché tale estensione era gratuita, come già avveniva ai tempi dell’estensione di webvisium abbinata a mozilla.
Mi è stato allora suggerito di affidarmi a Rumola. Una cosa, questa, che non ho ancora fatto. La cifra per l’abbonamento a Rumola è davvero irrisoria: 75 centesimi per un anno. Il costo sale poi a 1.50 euro ma in quest’ultimo caso vi è validità solo per sei mesi.
Insomma, per noi la cultura si paga sempre a caro prezzo e, non bastasse tutto ciò, le cose si complicano. Non ho voluto provare Rumola perché io mi baso su un principio: quello di non pagare mai un prodotto senza sapere se poi sia veramente funzionale.
Quantomeno, bisognerebbe fare in modo che vi sia una prova gratuita, magari con 20 o 30 capcha in omaggio, affinchè chi non vede possa provare il servizio, affinchè si renda conto se vi siano problemi oppure no e solo in un secondo tempo decidere di usufruirne a pagamento.
A renderci difficile la vita, ci sono i capcha sempre più difficili da copiare, le estensioni spesso non li decifrano correttamente. Ho anche sentito parlare di segnali stradali, e qui, altro che complicarsi la vita!
Con Davide abbiamo passato intere giornate entrando nella mia casella alice.it per modificare continuamente la password, i capcha ed i codici che man mano arrivavano sul cellulare. Non fosse bastato tutto ciò, Davide mi ha suggerito di non entrare nella mia casella per più di tre volte, altrimenti si sarebbe di nuovo bloccata. E’ così avvenuto più e più volte.
Ma perché ho dovuto coinvolgere più volte Davide? Semplicemente perché telecom non ha fatto assolutamente nulla. Insomma, la classica situazione all’italiana: ogni operatore che chiami ti da una risposta diversa; oppure, nella migliore delle ipotesi, ti dice che entro due giorni lavorativi, ma poi i giorni si moltiplicano e se aspetti un operatore, puoi anche piangere in cinese (oh Dio! Ho nominato la cina)!
Adesso il problema è stato risolto, ma nonostante io abbia fatto numerosi tentativi, ora mi trovo costretto con i client di posta a cancellare gli spam che puntualmente vengono parcheggiati nella posta in arrivo. Per mia fortuna faccio uso di un client di posta elettronica, ma è anche vero che, nonostante i messaggi siano direttamente scaricati su computer, ogni giorno devo usare più e più volte in canc.
Adesso mi trovo nei guai con un’altra casella di alice, perché vi è il problema che per quella casella non ho inserito il mio numero di cellulare che in quel caso mi permetterebbe di ricevere un codice per cambiare la password e qui si ricomincia da capo.Vi è poi da ridire sul fatto che Telecom abbandoni i suoi clienti al proprio destino con tonnellate di spam che arrivano nella casella – sarebbe meglio dire nelle caselle – di alice, mentre lo stesso gestore gestisce le caselle di tin.it e virgilio.it senza che gli spam arrivino nelle suddette cartelle.
Insomma, altro caso all’italiana!
I problemi, in sostanza sono due: fare leggere questo articolo a quante più persone possibili facendo in modo che qualcuno risolva definitivamente il problema dei capcha, facendo in modo che anche telecom faccia attivare il formato vocale ed ancora, fare in modo che telecom ascolti la voce di chi è disabile, e per finire, trovare una maniera diretta di interagire magari anche denunciando comportamenti scorretti.
Davide ha fatto molto per me e chiedere aiuto – purchè nei limiti del possibile – non costa nulla.
Meglio sarebbe però che anche a chi non vede venga fornita la possibilità di fare da sé con il proprio computer senza che altri enti o aziende di stato ci mettano il bastone tra le ruote.
All’inizio di questo articolo ho nominato Gesù Cristo ed ora, giunto alla conclusione di questo lungo discorso, dovrò nominarlo ancora.
Il motivo? In un altro passo del Vangelo si rivolgeva ai suoi discepoli: io vi mando come pecore in un branco di lupi!
Enea Galetti
Riflessioni sul Covid di un ex lavoratore quasi pensionato 12/10/2020
In risposta ad un articolo scritto dal mio carissimo amico Davide Tagliacarne – che ringrazio fin da subito per gli aggiornamenti settimanali – mi corre l’obbligo di fare alcune riflessioni libere sul covid e sulla mia posizione lavorativa, senza però scomodare la politica.
Non ricordo il titolo dell’articolo di questa settimana, però ecco in breve la mia situazione:
dall’11 marzo sono a casa in smartworking che, nel mio caso, prevede l’ascolto di corsi di computer che non danno diritto, né ad un avanzamento di livello, né ad un attestato, e neppure ad una gratificazione lavorativa.
Per poter lavorare in modalità smartworking – cosa assai comoda per chi è a casa – dovrei lavorare come centralinista ma nessuno ha ancora pensato a questa modalità, soprattutto per noi non vedenti, in funzione del fatto che tra pochissimi giorni, il centralino verrà gestito da una società esterna, mentre noi faremo un lavoro basato sul servizio qualità delle chiamate.
Non so se e quando rientrerò, anche perché in università – su mia richiesta – mi hanno già fatto sapere che la mia pensione (sarebbe meglio dire il mio pensionamento) è previsto per luglio e, proprio in questi giorni, mi recherò presso un patronato per sentire in che modo mi dovrò attivare.
Naturalmente per una simile occasione mi sarei aspettato un finale diverso: strette di mano, saluti, discorsi di colleghi che – spero – mi abbiano apprezzato e, naturalmente, grande festa.
La situazione legata al covid ha però mandato a monte tutte queste mie aspettative. In caso contrario sarei andato ben volentieri a lavorare fino all’ultimo, o quasi. Ma in una situazione già di per se controversa, non me la sento di tornare, sia per il poco tempo che ancora mi rimarrà, sia perché dovrò riabituarmi a ritmi giornalieri ai quali non sono ormai più abituato da tempo – la qual cosa, in realtà, mi farebbe anche bene – sia per l’incertezza di viaggiare in una situazione già di per sé anomala.
Al momento attuale non ci capisco più nulla.Ognuno dice la sua. Sembra che non debba esserci più il lockdown ma è come se ci fosse.
I primi due mesi sono stati per me particolarmente duri e difficili, legati al rimanere a casa. D’accordo! Qui a Rosate – il paese nel quale abito – i volontari hanno fatto anche l’impossibile, consegnando a ciascuna famiglia la spesa a domicilio senza costi aggiuntivi. Però io ho i negozi vicino a casa ed il giorno in cui – seppur munito di mascherina – ho potuto entrare in uno dei diversi negozi, ho provato un’emozione davvero intensa.
Io ho infatti bisogno di sentire gente intorno, stingere e dare la mano ed anche essere seduto vicino alle persone senza la distanza (o pseudodistanza) di un metro.
Terminati i quasi due mesi ho ricominciato ad uscire, non solo per mio conto ma anche facendomi accompagnare, ovviamente con le dovute precauzioni.
Poi, a giugno hanno riaperto tutte le attività ed i mass media ci hanno informato che in vacanza ci si poteva andare. Verso la metà del mese di luglio è caduto il divieto che ci costringeva ad indossare la mascherina anche all’aperto.
A fine agosto sono andato in vacanza a Diano Marina dove vi ho trascorso tre settimane con mia madre che è molto anziana e mi ha fatto fare delle passeggiate in modo molto limitato.
Comunque mi è andata bene, perché ho ovviato alla situazione non solo facendomi fare delle lezioni di nuoto da un mio amico istruttore, ma grazie alla sua sensibilità ho potuto fare delle lunghe passeggiate con lui, oltre a piacevoli aperitivi prima di cena, quasi tutte le sere, a base di cocktail e varie qualità di birra.
Ringraziando il cielo non sono astemio e mi piace bere, ovviamente con moderazione.
Adesso, però, stanno ricominciando i divieti: tutti si sono concessi la libertà di uscire di casa ed andare in vacanza: molti però non hanno adoperato la mascherina ed ora siamo costretti quasi a ricominciare tutto da capo tranne per un nuovo lockdown che – si dice – provocherebbe gravi danni alla nostra economia.
Quanto alle mascherine, quelle chirurgiche – diciamo le usa e getta – per fortuna costano poco. Non so se si vendano sciolte ma non credo: meglio acquistarne una confezione che – come ho sentito dire – va da cinque a cinquanta mascherine, a meno che non ci si decida a prendere una mascherina lavabile.
Anche sulla mascherina, però, è polemica perché – così dicono – non tutte le mascherine sono adatte a proteggerci dal virus.
Non mi sorprenderebbe affatto se io un giorno andassi dal mio farmacista – tra l’altro mio amico- e nel dirgli: “Scusa, mi dai una mascherina?” mi sentissi rispondere: “La vuoi con o senza filtro?”
Enea Galetti
CON LA SPERANZA DI FAR FUNZIONARE BENE LE ROTELLE